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  • La questione delle tasse trattenute dalle Regioni del nord è uno dei grandi temi di attualità di questa campagna elettorale. In particolare in Lombardia, dove Roberto Maroni ha fatto del “75% delle tasse al territorio” il suo slogan centrale per la candidatura alla Presidenza della Regione. Ma quanto c’è di vero nei dati che, a questo proposito, vengono sbandierati un po’ dappertutto e, in questo caso, dallo stesso Berlusconi? Al fine di verificare le parole dell’ex premier, siamo andati a spulciare alcuni documenti ufficiali per vedere di fare chiarezza. Partiamo dal fornire utili premesse per spiegare come andremo a calcolare la percentuale in oggetto. La prima riguarda il denominatore. Le tasse che Maroni vorrebbe trattenere in Lombardia e, più in generale, al Nord sono ipotizzate sul totale del gettito fiscale prodotto sul singolo territorio regionale. Si tratta di un dettaglio chiaramente sottolineato nel suo programma elettorale per la Lombardia (pag 6 – è uno dei primissimi punti evidenziati). E’ necessario specificarlo perché la dichiarazione analizzata è oggetto della risposta di Berlusconi alla domanda di un giornalista, che parla del “75% delle tasse riscosse dallo Stato”. Un errore, perché il gettito tributario complessivo include anche le tasse riscosse dalle regioni. Nel prosieguo dell’analisi utilizzeremo quindi il gettito fiscale complessivo per la verifica dei dati. La seconda riguarda il numeratore. Come promemoria, ricordiamo innanzitutto la composizione delle entrate di una Regione italiana. Queste si sostanziano principalmente in imposte, tasse, trasferimenti erariali, tariffe e da alcune voci minori (abbiamo usato come fonte questo chiarissimo rapporto del 2012 dell’Ires che consigliamo di leggere a chi volesse approfondire). Nella fattispecie, nel 2010, “il sistema tributario regionale si fondava su 11 tributi propri, 3 addizionali e 3 compartecipazioni” (qui i dati precisi sui singoli elementi). Analizziamoli uno per uno. Per tributi propri si intendono i tributi per i quali la Regione ha l’autonomia necessaria per determinarne le aliquote, la base imponibile e “gli eventuali elementi di personalizzazione, che è in grado di amministrare in modo autonomo” (per esempio l’Irap). Le addizionali rappresentano “aggiunte” che vengono imposte dalle Regioni sulle aliquote di tributi erariali (l’addizionale Irpef ne è un esempio). Le compartecipazioni sono, invece, delle quote di tributi erariali che spettano alle Regioni (come la compartecipazione all’Iva – pagg. 137/138 per criteri di attribuzione). La differenza tra addizionali e compartecipazioni è che le prime rappresentano delle entrate in senso stretto – e sono spesso comprese tra le entrate proprie (si veda la stessa Corte dei Conti a pag. 137) – le seconde vengono assimilate ai trasferimenti. Il cosiddetto “federalismo” ha la sua base nell’aumento delle entrate proprie delle Regioni (che garantiscono maggiore autonomia) e nella diminuzione dei trasferimenti (ossia della dipendenza finanziaria dallo Stato). Sussistono inoltre delle differenze tra le Regioni a statuto speciale e quelle a statuto ordinario (pag. 137); le prime trattengono mediamente quote di compartecipazione più elevate, fino all’estremo della regione Sicilia che riscuote direttamente l’IVA. Infine ricordiamo che lo Stato, oltre ai trasferimenti in ambito tributario, sostiene delle spese aggiuntive a sostegno dei singoli territori per l’erogazione dei servizi. Queste vengono, di anno in anno, stimate dalla Ragioneria Generale dello Stato (Rgs), in una ricerca “sulla distribuzione geografica delle risorse erogate dal bilancio dello Stato, da enti pubblici, da amministrazioni, da fondi alimentati con risorse nazionali e comunitarie”. Per spesa regionalizzata si intende l’insieme delle risorse che lo Stato italiano investe all’interno di un territorio regionale attraverso la stessa amministrazione regionale oppure grazie ai fondi erogati ad altri enti presenti sul territorio (Comuni, Province, enti produttori di servizi sanitari, enti previdenziali, enti produttori di servizi economici e culturali – si veda pag. 77). Nel conteggio vengono considerate sia la spesa in conto corrente che quella in conto capitale. Esistono, però, delle voci (quali: trasferimenti correnti all’estero, risorse proprie destinate all’Ue, il contributo per investimenti all’estero…) che sono escluse dal calcolo perché non regionalizzabili. La terza ed ultima premessa è una nota metodologia. I calcoli qui di seguito presentati si basano su dati del 2010, gli unici che sono disponibili per tutte le Regioni italiane in banche dati che hanno già provveduto ad armonizzarne il contenuto e le modalità di rilevazione. E’, inoltre, bene essere consapevoli che si tratta di un calcolo per il quale non esiste una metodologia condivisa e “ufficiale”. Diversi studi riportano, infatti, risultati diversi. Quello che presentiamo è quello secondo noi più corretto e più rappresentativo della realtà. Ed ora passiamo ai conti. Per la stima del gettito tributario complessivo ci siamo affidati ai dati del Dipartimento alle Politiche di Sviluppo, che riporta il totale delle entrate di tutte le pubbliche amministrazioni presenti in un singolo territorio (per maggiori informazioni, si veda qui). Delle voci di entrata, abbiamo considerato solamente quelle riferite ad “imposte dirette”, “imposte indirette” e “altri tributi propri”. Questo valore può essere aumentato se si decide di considerare anche i contributi sociali, la cui presa in carico implica, però, che si consideri anche la spesa sostenuta degli enti previdenziali all’interno delle varie regioni (maggiori dettagli più in basso). Del gettito tributario complessivo, una parte viene trattenuta direttamente dalle regioni in entrate proprie (tributi+tasse), secondo quanto riportato dalla scheda sui bilanci regionali armonizzati pubblicata dal Ministero del Tesoro per il 2010 (da pag. 21 in poi). La spesa regionalizzata, presa con riferimento al solo bilancio dello Stato (pag. 11), include già le quote di compartecipazioni ai tributi erariali, motivo per il quale li abbiamo esclusi delle entrate proprie di cui sopra. Comprende, inoltre, gli interessi sul debito pubblico. La spesa degli Enti previdenziali è conteggiata a parte facendo quest’ultima capo ai bilanci degli Enti stessi e non a quello statale. Se tuttavia si decide di includere i contributi sociali tra le entrate delle regioni, anche la spesa previdenziale regionalizzata deve essere considerata ai fini del calcolo. Per completezza riporteremo di seguito entrambe le stime. La tabella di seguito riassume i dati raccolti (in miliardi di euro) per le regioni che riteniamo compongano la “Macroregione Nord” immaginata da Roberto Maroni: Lombardia, Piemonte, Friuli Venezia Giulia e Veneto. Come si nota, il gettito tributario trattenuto è mediamente tra il 40 – 50%, fatta salva la regione Friuli Venezia Giulia, le cui percentuali atipiche possono essere spiegate dal fatto che è la sola regione a statuto speciale tra quelle considerate. Percentuali inferiori quindi a quelle dichiarate da Berlusconi, che si porta a casa una “Panzana pazzesca”, in questo tentativo di screditare il suo alleato Maroni. Le percentuali aumentano infatti solamente nel caso in cui si considerino i contributi sociali, con il Piemonte che tocca il 76% ed il Friuli chearriva addirittura al 95%. L’ultima riga rappresenta il totale dell’ipotetica Macroregione del Nord: attualmente tratterebbe il 45% delle tasse che versa allo Stato o il 67% se consideriamo anche i contributi sociali. P.S.: una precisazione relativa al residuo fiscale di cui si sente spesso parlare. Il residuo fiscale rappresenta il rapporto tra risorse elargite dallo Stato in un determinato territorio (in altre parole, la nostra spesa regionalizzata) e le risorse “prese” dallo Stato da quel territoio (e quindi non il gettito tributario complessivo, ma solo quello erariale). Nelle regioni del Nord qui citate il residuo fiscale è nettamente e notoriamente negativo (lo Stato prende più di quello che dà indietro). Per approfondimenti si veda qui).
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