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| - La dichiarazione è molto complessa perché contiene diverse affermazioni e giudizi: procediamo pertanto a una scomposizione e valutiamo punto per punto.
Partiamo dall’elemento più facilmente confutabile: dire che siamo in guerra “contro il Mali” è sbagliato. L’azione condotta dalla Francia e da una coalizione di Paesi dell’Africa occidentale mira al sostegno del governo maliano, in opposizione ad alcune entità che puntano a comprometterne l’integrità territoriale*. Pertanto, anche se – prendendo per vere le parole di Grillo – l’Italia stesse davvero offrendo supporto logistico alla Francia, sarebbe scorretto affermare che la guerra è contro il Mali. Al contrario, l’azione della Francia è volta proprio a tutelare l’integrità del governo maliano contro i movimenti centrifughi e disgregativi.
Ma non diamo troppo peso a questa parte della dichiarazione del leader del Movimento 5 Stelle, che potrebbe essere stato colto da un’ansia da sintesi, e passiamo all’elemento centrale: davvero “siamo entrati in guerra”? L’art. 78 della Costituzione italiana dispone che “Le Camere deliberano lo stato di guerra e conferiscono al governo i poteri necessari”. L’art. 87, a sua volta, recita: “[Il Presidente della Repubblica…] Ha il comando delle Forze armate, presiede il Consiglio supremo di difesa costituito secondo la legge, dichiara lo stato di guerra deliberato dalle Camere. […]”. È evidente che nessuno di questi due passaggi istituzionali era stato compiuto prima del 23 gennaio, giorno dell’esternazione di Grillo (né, come vedremo, questi atti sono stati eseguiti successivamente), pertanto anche questa parte della dichiarazione è priva di fondamento. Passando dal dato giuridico/formale a quello politico, va osservato che i tre partiti di maggioranza hanno respinto la possibilità che l’Italia potesse offrire supporto logistico alla guerra in Mali. Il concetto è stato ribadito il 28 gennaio a Omnibus dal premier Mario Monti. “Ho chiesto ai segretari dei tre partiti della maggioranza uscente di pronunciarsi su questo tema e non è venuto un appoggio che consenta di confidare in una delibera del parlamento”. Sull’argomento è intervenuto, a margine di un convegno all’Accademia di Francia, anche il ministro degli Esteri Giulio Terzi: “In questa fase mancano le condizioni politiche” per “realizzare un supporto più diretto alle operazioni, sia pure di carattere logistico”.
Proseguendo nell’analisi a beneficio dell’esaustività, Grillo afferma che “i bombardieri francesi […] vanno a bombardare il Mali per prendersi l’uranio e l’oro”. Qui si approda sul terreno della valutazione delle scelte di politica estera compiute da altri Stati, un processo alle intenzioni che noi non possiamo compiere. Tecnicamente, la scelta del governo francese, cui, è bene ricordarlo, si accompagna una coalizione di Stati dell’Africa occidentale, è legittimata dalla già citata risoluzione dell’Onu. Tale risoluzione mira a tutelare l’integrità del Mali, a combattere il terrorismo – qualificato come una minaccia per la sicurezza dell’intera comunità internazionale – e a impedire il calpestamento dei diritti umani. Non siamo ingenui: molto spesso le ragioni umanitarie, invocate per giustificare i conflitti, mascherano interessi di natura economica. Ricordiamo che il Mali è il terzo produttore africano di oro e dispone di ricchi giacimenti di uranio ancora inutilizzati, oltre a una serie di altre risorse che, inevitabilmente, fanno gola a molte multinazionali. Non potendo provare con certezza e attraverso il ricorso a strumenti oggettivi, la natura delle motivazioni reali soggiacente all’intervento in Mali da parte di Paesi terzi, rimettiamo la valutazione, che si colloca nel campo del giudizio politico, al senso critico del lettore.
Arriviamo alla parte conclusiva della dichiarazione del leader del Movimento 5 Stelle. “Noi abbiamo l’articolo 11 della Costituzione che ci vieta di fare qualsiasi azione di guerra, che mandino l’Onu!” Tralasciando il fatto che l’Onu in Mali in qualche modo c’è già (l’intervento congiunto di Francia e Ecowas si fonda sulla già citata risoluzione delle Nazioni Unite), per valutare la prima parte della frase riteniamo opportuno richiamare l’articolo 11 della Costituzione: “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo.” Apparentemente, Grillo ha ragione, anche se l’articolo parla semplicemente di ripudio della guerra e non vieta espressamente di fare qualsiasi azione di guerra. In più, Grillo dimentica che l’utilizzo della forza armata per legittima difesa, cioè in risposta a un attacco armato proveniente da un altro Stato, è previsto dall’art.52 della Costituzione (“La difesa della patria è sacro dovere del cittadino”): gli articoli della Costituzione vanno letti in combinato. Altro articolo da tenere in considerazione è il 10: “L’ordinamento giuridico italiano si conforma alle norme del diritto internazionale generalmente riconosciute […]”. Questo articolo permette l’ancoraggio della Costituzione italiana alle norme generali di diritto internazionale. Questione aspramente dibattuta nella dottrina internazionalistica è se le missioni di peacekeeping e lotta al terrorismo, avallate negli ultimi due decenni dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, siano legittimate dagli articoli 39 e seguenti della Carta Onu. Tali richiami normativi dispongono misure, alcune delle quali implicanti l’uso della forza, a tutela della pace e della sicurezza internazionale, e dericvano da quella consuetudine, ormai rodata, che vede il Consiglio di Sicurezza attribuire a gruppi di Stati il potere di compiere, a tal fine, degli interventi armati. Si tratta di un dibattito molto complesso, che assembla elementi di diritto costituzionale italiano e internazionale, e in cui (con sollievo) evitiamo di addentrarci.
Quello che conta, in questo contesto, è valutare la sostenibilità della dichiarazione di Grillo. Per tutte le ragioni che abbiamo esposto, riteniamo che le parole di Grillo non scampino alla bollatura di “Panzana pazzesca”. È vero, sono state pronunciate in un momento (23 gennaio), in cui il ministro degli Esteri Terzi e il ministro della Difesa Di Paola facevano intravvedere la possibilità di un’azione di sostegno da parte dell’Italia. Ma tra i commenti di due ministri e la realtà c’è una distanza siderale: il sostegno italiano alla missione francese non si è mai concretizzato, né prima, né dopo il 23 gennaio, quindi, già a partire suoi presupposti, l’affermazione di Grillo è infondata.
*Cercando di semplificare al massimo il quadro di un conflitto estremamente intricato e spinoso – le cui radici affondano nel passato coloniale della regione – e che meriterebbe una trattazione a parte più approfondita (suggeriamo di leggere la pregevole analisi del Centro Studi Internazionale), gli attori maliani in gioco sono tre: il governo maliano (la cui capitale è Bamako, situata nel sud del Paese), i tuareg del MLNA -Movimento Nazionale per la Liberazione dell’Azawad (territorio settentrionale formato principalmente dalle grandi distese saheliane e sahariane abitate dai nomadi tuareg) e i gruppi islamisti legati ad Al-Qa’ida nel Maghreb islamico (attivi anch’essi soprattutto nel nord del Paese). Il conflitto è determinato da cause di natura sia etnica (i tuareg, berberi, rivendicano l’indipendenza dell’Azawad) sia religiosa (islamisti contro secolaristi – tra questi ultimi si annoverano sia i tuareg del MNLA sia il governo di Bamako), sia politico-economica (Bamako domina la vita economica del Paese ma il nord è ricco di risorse minerarie). Il conflitto, che dura, a intensità variabile, da decenni, ha fatto registrare anche nel corso del 2012 delle alleanze alternate (i tuareg, attualmente coalizzati con gli islamisti, vi si sono opposti, in nome delle loro istanze secolariste, quando questi, nella primavera dello scorso anno, avevano imposto nel nord del Paese una versione integralista della Shari’a, la legge islamica). Quello che rileva per la nostra analisi è che a seguito della risoluzione 2085 del 20 dicembre 2012 del Consiglio di Sicurezza dell’Onu, una coalizione formata dalla Francia e dagli Stati della Comunità Economica degli Stati dell’Africa occidentale (Ecowas) nelle scorse settimane hanno avviato un’operazione militare volta a ristabilire la sovranità del governo maliano, minata dal conflitto con tuareg e islamisti, ora alleati. L’Italia è rimasta estranea a questo conflitto.
(Si ringrazia Mattia Corbetta per questa analisi)
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