schema:text
| - Beppe Grillo torna a offrire una visione come minimo “molto personale” dei temi economici più in voga al momento. Nella sua invettiva esprime posizioni particolari che vale la pena analizzare in dettaglio.
Innanzitutto, lo spread (differenziale dei rendimenti tra un titolo di debito di uno stato e un titolo considerato free risk: per l’italia si prende come riferimento il differenziale BTP-BUND a 10 anni) purtroppo “si mangia”: benché sia un indicatore del mercato secondario, è innegabile che questo influenzi le aste a cui i titoli di debito degli stati sono negoziati, diventandone una variabile importantissima. Se lo spread aumenta, vuol dire che i tassi di interesse dei titoli italiani sono aumentati rispetto ai tassi dei titoli considerati free risk (Germania) sul mercato secondario e questo impatterà direttamente il collocamento sul mercato primario di nuove emissioni, con conseguenti tassi in aumento.
Se uno Stato rinegozia il suo debito a tassi troppo elevati, fa una spesa per interessi addizionale, che dovrà essere pagata. Questa spesa può essere pagata o con ulteriori tasse o con ulteriore debito. A pagare sarà in entrambi i casi il contribuente: nel primo caso paga oggi, nel secondo caso pagherà domani. Per gli Stati dotati di sovranità monetaria, esiste una terza via: battere moneta per svalutare gli interessi sul debito; in quel caso pagheranno i risparmiatori, che vedranno deprezzati tutti gli asset in valuta (un po’ come è successo in Italia a cavallo degli anni 70-80). In tutti i casi, sono soldi tolti ai redditi dei contribuenti, che “mangeranno” quindi di meno.
Ma non è tutto. Lo spread si mangia poi in un altro modo: è chiaro che se esso aumenta (essendo funzione del tasso di interesse), molto probabilmente è perché i titoli di stato sono oggetto di forte vendite, e quindi, perdono valore. Chiunque investe in essi, ha in quel momento una minusvalenza e, di conseguenza, una perdita più o meno potenziale. In particolare, gli istituti finanziari che usano come collaterale sui prestiti (a imprese e famiglie) i titoli di debito pubblico, potrebbero essere costretti ad aumentare i tassi dei prestiti stessi. Quindi, potremmo dire che lo spread, in senso figurato, “si mangia” eccome!
Grillo si supera: sostiene infatti che le agenzie di rating sono le principali determinanti dello spread, che a sua volta è indipendente dalle politiche dello Stato Italiano (è quello che intende quando dice “[…] non dipende da Monti”). Lo spread dipende dalla possibilità di rischio del debito dello Stato Italiano in rapporto a quello tedesco e quindi varia in funzione delle politiche economiche (passate, presenti e future) del nostro Paese. E’ ovvio che la politica economica di uno Stato non è l’unica determinante: in Europa contano (solo per citare alcuni fattori) anche la politica comunitaria (determinante è infatti stata la creazione del fondo anti spread), gli eventi macroeconomici internazionali e soprattutto la politica monetaria della Bce, slegata per definizione dalla sovranità degli Stati membri.
Lo spread quindi dipende da tante cose, ma dire che è indipendente dalle scelte politiche è molto difficile da sostenere in modo serio. Basta fare il paragone tra Italia e Spagna, per rendersene conto: nell’estate del 2011 nonostante massicci interventi della Bce in difesa dei titoli italiani lo spread aumentava; quando il governo Monti è entrato in funzione, lo spread italiano era molto al di sopra di quello spagnolo, ora è circa 100 punti percentuali sotto. La Banca Centrale è unica e i due spread sono andati in modo molto diverso: come si può sostenere che le politiche nazionali non influiscano sulle aspettative degli investitori?
E’ chiaro (ad esempio) che manovre espansive da parte della Bce possano avere un’influenza molto più rilevante, ma la possibilità di rischio del debito di uno Stato passa ovviamente per la sua capacità di pagarlo e quindi dalle politiche in merito. Possiamo vedere, per esempio, come lo spread fosse continuato a salire per tutto l’autunno 2011, nonostante la pesante serie di acquisti da parte della Bce, tra luglio e agosto 2011, che ne aveva solo temporaneamente “calmierato” il valore. Inoltre la Bce agisce anche in funzione di scelte, condivise, da parte degli Stati dell’Eurosistema, e quindi c’è una “dialettica” intensa tra le parti, con ovvie responsabilità da parte dei policy-maker dei singoli Stati.
Passiamo ora alle agenzie di rating: è vero che queste esprimono giudizi (appunto “un rating”) che vanno a influenzare le decisioni degli investitori, e che quindi esse sono delle determinanti dello spread. Il punto è che i giudizi delle agenzie, per quanto possano essere accusati di parzialità (le agenzie sono infatti soggetti privati spesso con evidenti conflitti di interesse), sono considerati come obiettivi, o comunque frutto di analisi oggettive, dalla gran parte degli investitori; quindi sarebbe più corretto dire che lo spread dipende sì dai giudizi delle agenzie di rating, ma anche dal fatto che molti considerano corretti tali giudizi, che si basano su proiezioni macroeconomiche, politiche, etc. ampiamente condivise.
In conclusione, lo spread di un titolo di debito italiano non è una variabile indipendente dal governo dello Stato stesso. Può dipendere da molti fattori, alcuni dei quali sicuramente molto più importanti (es. azione della Bce, accordi fra Stati), ma dire che le politiche governative non contino, è una gravissima imprecisione.
E’ sempre “colpa dei mercati” da cui il nostro Stato si finanzia, ma chi governa ha qualche merito, o demerito in proposito; “deresponsabilizzare” chi decide le politiche economiche sulla gestione del debito sovrano fa piacere solo a chi ha responsabilità in negativo o non ha alcun piano politico a riguardo. E “fare inflazione” è fortunatamente una scelta che con l’euro abbiamo cercato di escludere.
P.S.: incredibile, ma vero… Brunetta/Berlusconi hanno posizioni molto simili a quelle di Grillo sul tema! La politica, si sa, è come l’amore, “gli opposti si attraggono…”
|