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| - In questa convulsa fase di stallo post elettorale, tra consultazioni, saggi, offerte di accordi e marameo vari, Laura Puppato si aggrappa all’articolo 94 della Costituzione, che a suo dire consentirebbe la formazione di un governo di minoranza. Se, però, andiamo a vedere quell’articolo non possiamo non notare che la senatrice democratica dimostra di avere le idee molto confuse.
L’articolo 94 dispone infatti che “il governo deve avere la fiducia delle due Camere” (comma 1). A tal fine, “entro dieci giorni dalla sua formazione il governo si presenta alle Camere per ottenerne la fiducia” (comma 3). Questo è un passaggio essenziale. Come abbiamo spiegato più in dettaglio in una precedente analisi, il governo si forma attraverso le seguenti fasi: consultazioni, conferimento dell’incarico, nomina, giuramento – per capirci, nella situazione attuale, Bersani si è arenato al secondo livello. Esaurite queste fasi, il governo è in carica ma non è pienamente operativo finché non riceve la fiducia delle Camere.
Quando Laura Puppato sostiene, invece, “che è possibile che il Presidente del Consiglio non goda della fiducia di entrambe le Camere ma ciononostante il governo non decada, cioé non ci siano le dimissioni del Presidente del Consiglio”, sta facendo confusione con il quarto comma dell’articolo 4 che recita così: “il voto contrario di una o di entrambe le Camere su una proposta del governo non importa obbligo di dimissioni”. Questo comma non si riferisce al voto iniziale di fiducia, ma alla normale vita di un esecutivo pienamente in carica: vuol dire semplicemente che se una proposta del governo – ad esempio un decreto legge – viene bocciato dal parlamento, non c’è alcun obbligo di dimissioni, perché non si ritiene venuta meno la fiducia. Quindi, il riferimento a questo comma non c’azzecca proprio niente con la formazione di un governo di minoranza.
Si potrebbe, tuttavia, riuscire a dar vita ad un governo di minoranza – vale a dire sostenuto da una maggioranza solo relativa dei parlamentari – tramite un escamotage. La Costituzione dice soltanto che le Camere accordano la fiducia con una mozione votata per appello nominale (art.94, comma 2), ma non specifica quale maggioranza sia necessaria. Il governo potrebbe, conseguentemente, ottenere la fiducia delle Camere con una maggioranza semplice. Alla Camera dei deputati, in realtà, la questione non si pone, perché l’attuale legge elettorale (il famigerato Porcellum) attribuisce la maggioranza assoluta dei seggi alla coalizione di maggioranza relativa – quindi il centrosinistra in questo caso avrebbe i numeri per votarsi la fiducia da sola. E’ al Senato, dove nessuna coalizione ha la maggioranza assoluta, che bisogna ricorrere a un trucchetto. Al Senato le deliberazioni vengono prese a maggioranza dei senatori che partecipano al voto (Regolamento del Senato, art. 107): ciò significa che anche l’astensione equivale a voto contrario. Tenendo presente che deve essere garantito il numero legale per la validità della seduta, i senatori che non vogliono influire sul calcolo delle maggioranze potrebbero uscire dall’aula al momento del voto, in modo da abbassare il numero di voti necessario ad ottenere una maggioranza, consentendo così di votare la fiducia e favorire l’insediamento del governo. Se, ad esempio, i senatori grillini uscissero dall’aula, il centrosinistra e i montiani avrebbero i numeri per assicurare la fiducia. Certo, scenari quasi da fantapolitica nel momento attuale, ma pur sempre possibili.
Ad ogni modo, l’interpretazione completamente errata della Costituzione da parte di Laura Puppato le porta un’inevitabile “Panzana pazzesca”!
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